So Chi Sono e Sono una Persona Meravigliosa

— Fine Ottobre 2026

Scritto da Francine Van den Acker — Fondatrice di SoulRise Global

Sappiamo perfettamente chi siamo, eppure le esperienze finiscono comunque per cambiare il modo in cui ci mostriamo. Impariamo a esporci meno, ci raffreddiamo lungo la strada, dopo aver attraversato esperienze, rapporti e ambienti che non hanno saputo accogliere, riconoscere o ricambiare ciò che abbiamo dato con autenticità e con tutto il nostro cuore.

Possiamo conoscere il nostro valore, essere persone spontanee, affettuose e generose, eppure diventare progressivamente prudenti, trattenuti, meno inclini a mostrare ciò che sentiamo.

Può accadere nell’amore, nelle amicizie, in famiglia o nel lavoro. Non necessariamente perché qualcuno ci abbia feriti profondamente. Può essere il risultato di tante piccole delusioni, di conversazioni che non arrivano mai davvero da nessuna parte, di entusiasmi accolti con indifferenza, di rapporti nei quali abbiamo avuto la sensazione di portare più di quanto ricevessimo. Altre volte ci siamo sentiti poco apprezzati, fraintesi, dati per scontati, oppure siamo rimasti troppo a lungo dentro rapporti vuoti o sterili, nei quali mancavano scambio, curiosità e una reale capacità di incontrarsi. E anche questo, lentamente, può spegnerci.

Incontriamo anche persone nelle quali parole e comportamenti non coincidono: mostrano vicinanza ma agiscono diversamente, sembrano sostenerci mentre altrove ci svalutano, oppure trasformano insicurezza, competizione o gelosia in comportamenti poco leali. Scoprire che dietro un volto amichevole esiste qualcosa di molto diverso può inevitabilmente renderci più cauti nell’aprirci e nel fidarci.

Così impariamo a mostrarci un po’ meno. Una parola affettuosa rimane nella testa, un’idea che ci entusiasma non viene più condivisa, una domanda sincera lascia il posto a una conversazione più neutra. Non perché abbiamo smesso di sentire o di avere qualcosa da dare, ma perché abbiamo progressivamente ridotto lo spazio che concediamo alla nostra espressione più spontanea. E qualche volta non è nemmeno paura: è la stanchezza di continuare a portare parti vive di noi in luoghi nei quali sembrano non trovare spazio.

È allora che vale la pena chiedersi: sto proteggendo me stessa o sto impedendo a una parte autentica di me di vivere?

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Come si perde — e si ritrova — la spontaneità

Quando per molto tempo abbiamo trattenuto ciò che sentiamo, possiamo perdere l’allenamento alla spontaneità. La capacità di sentire rimane; ciò che cambia è il percorso fra quello che proviamo e quello che permettiamo agli altri di vedere.

Là dove un tempo c’era una risposta naturale, si inserisce un controllo: posso dirlo? Sarà compreso? È troppo? È opportuno? Meglio aspettare?

E così iniziamo a tradurre noi stessi prima ancora di esprimerci. Una frase che vorremmo dire viene resa più neutra, un’idea viene trattenuta, un entusiasmo ridimensionato, una posizione addolcita prima ancora di essere espressa. Un bisogno resta inespresso perché abbiamo imparato a cavarcela da soli.

A lungo andare possiamo dimenticare che spontaneità non significa dipendenza e vulnerabilità non significa fragilità. Posso dire ciò che sento senza chiedere all’altro di provare la stessa cosa. Posso esprimere un’opinione senza fare dipendere il mio valore dal fatto che venga approvata. Posso dire “questa cosa mi ha ferita” senza pretendere che chi ho davanti condivida immediatamente la mia lettura.

La spontaneità adulta è proprio questo: riuscire a esprimersi senza trasformare la risposta dell’altro in una misura di sé.

E si può recuperare. Non obbligandoci a diventare improvvisamente aperti, ma cominciando dalle piccole verità: “mi ha fatto piacere sentirti”, “non sono d’accordo”, “questa cosa mi ha toccata”, “ho bisogno di una mano”, “questa idea mi entusiasma”.

All’inizio può sembrare persino artificiale. È normale: stiamo riattivando una capacità che per molto tempo abbiamo filtrato.

Essere autentici, però, non significa esporsi indiscriminatamente. Significa anche osservare ciò che succede quando ci mostriamo. Se troviamo ascolto, rispetto e apertura, possiamo rilassarci. Se ogni apertura incontra svalutazione, distanza o indifferenza, anche questo ci sta dicendo qualcosa sul rapporto o sull’ambiente nel quale ci troviamo.

La spontaneità di qualcun altro può persino diventare un permesso. Può ricordarci che possiamo dire ciò che sentiamo senza essere giudicati o obbligati a ricevere esattamente la stessa risposta.

Non dobbiamo necessariamente reimparare a sentire. Dobbiamo semplicemente ricordarci che possiamo ancora mostrarlo.

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Il rammarico per ciò che non abbiamo espresso

Tra i rimpianti più persistenti non ci sono soltanto le cose che abbiamo fatto, ma anche quelle che non abbiamo avuto il coraggio di vivere, di dire, di fare.

Una parola non detta, un gesto trattenuto, una proposta mai fatta, un sentimento nascosto o un cambiamento continuamente rimandato possono accompagnarci molto più a lungo di quanto immaginiamo.

Non perché sappiamo che, se avessimo agito diversamente, tutto sarebbe andato meglio. Questo non possiamo saperlo. Forse quella persona avrebbe risposto, forse no. Forse un progetto sarebbe stato accolto, forse sarebbe fallito comunque.

Il rammarico più profondo nasce spesso dalla sensazione di non essere stati completamente presenti nella nostra stessa vita.

Abbiamo evitato il rischio di un rifiuto, di una critica o di una delusione, ma insieme al rischio abbiamo eliminato anche una possibilità. Non necessariamente quella di ottenere ciò che desideravamo, ma quella di essere pienamente noi stessi in quel momento.

La domanda “cosa sarebbe successo se lo avessi detto?” non avrà probabilmente mai una risposta. Può però insegnarci qualcosa: trattenere continuamente ciò che siamo ha un prezzo. A forza di non dire, non mostrare, non scegliere, rischiamo di diventare spettatori della nostra stessa vita.

Non significa promettersi di dire sempre tutto. Significa decidere che, quando qualcosa conta davvero, non sarà sempre la paura a scegliere per noi.

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Dall’essere scelti al scegliere

Conoscere il proprio valore cambia il punto dal quale osserviamo le opportunità, i rapporti e gli ambienti che incontriamo.

Per molto tempo possiamo concentrarci soprattutto sull’essere scelti: da una persona, da un’azienda, da un gruppo, persino dalla nostra stessa famiglia. Ma a un certo punto possiamo iniziare a ricordarci che anche noi scegliamo.

La domanda non è più soltanto “mi sceglieranno?”, ma anche “lo scelgo io?”. Questo lavoro mi rappresenta? Questa relazione mi fa bene? In questa amicizia posso essere autentica? Questo ambiente lascia spazio a ciò che so fare e a ciò che voglio diventare?

Essere riconosciuti rimane importante. Siamo esseri relazionali e fingere il contrario sarebbe altrettanto artificiale. Ma non siamo semplicemente in attesa di approvazione: osserviamo, valutiamo, sentiamo e scegliamo.

Una forte attrazione non garantisce compatibilità. Un lavoro prestigioso non garantisce soddisfazione. Una relazione lunga non garantisce intimità. Un legame familiare non garantisce comprensione.

Sapere chi siamo ci permette di smettere di domandarci soltanto se siamo abbastanza per ciò che abbiamo davanti e iniziare a chiederci se ciò che abbiamo davanti è abbastanza coerente con noi.

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Essere meravigliosi non significa essere perfetti

Ed è qui che la frase “sono una persona meravigliosa” assume il suo vero significato.

Non significa pensare di essere migliori degli altri, né credere di avere sempre ragione. Possiamo conoscere il nostro valore e conoscere molto bene anche le nostre ombre. Possiamo essere forti e avere paura, competenti e sbagliare, generosi e avere momenti egoistici, capaci di amare e aver ferito qualcuno.

La conoscenza adulta di sé contiene le contraddizioni.

Forse il vero passaggio avviene quando non abbiamo più bisogno di idealizzarci per volerci bene. Non dobbiamo essere impeccabili per riconoscerci valore. Possiamo fallire in qualcosa senza diventare un fallimento, perdere un lavoro senza considerarci incompetenti, vedere finire una relazione o un’amicizia senza concludere di essere incapaci di costruire legami.

Ci possiamo trovare davanti a valutazioni superficiali o affrettate, formulate da persone che finiscono per leggere gli altri anche attraverso le proprie paure, insicurezze o limiti. Possiamo prenderle in considerazione, ma senza confonderle con una verità su di noi: spesso raccontano molto più di chi le formula che della persona a cui sono rivolte.

Ciò che accade può insegnarci molto e qualche volta può portarci a cambiare. Ma non deve automaticamente diventare una sentenza su ciò che siamo.

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Non ridurre ciò che siamo per adattarci

L’esperienza può renderci più consapevoli e selettivi, ma non dovrebbe insegnarci a ridimensionare ciò che abbiamo di vivo.

Se un ambiente non ha valorizzato la nostra iniziativa, non significa che dobbiamo smettere di avere idee. Se una persona non ha compreso il nostro modo di essere, non significa automaticamente che dobbiamo modificarlo. Se la nostra sensibilità o spontaneità non hanno trovato spazio in un determinato contesto, non significa che siano qualità da correggere.

Possiamo imparare, correggerci e scegliere meglio senza trasformare l’adattamento in una rinuncia a noi stessi.

La maturità non consiste nel diventare meno visibili, meno sensibili o meno partecipi. Consiste nel capire dove ciò che siamo può esprimersi pienamente e dove, invece, stiamo continuamente cercando di entrare in uno spazio che ci chiede di essere più piccoli.

Possiamo diventare più selettivi. Possiamo osservare meglio, scegliere dove investire e riconoscere prima i contesti che non ci appartengono. Questa è maturità.

Ma scegliere dove aprirsi è molto diverso dal chiudersi.

Proteggere ciò che abbiamo di prezioso non dovrebbe significare nasconderlo così bene da non poterlo più vivere neppure noi.

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So chi sono

Non voglio che la mancanza di autenticità di qualcuno mi renda meno autentica. Non voglio che un ambiente poco stimolante mi convinca di aver perso l’entusiasmo. Non voglio che ciò che non ha saputo riconoscermi mi insegni a esprimermi meno.

Posso sentire, pensare, creare, scegliere ed esprimermi senza trasformare la risposta degli altri in una misura del mio valore.

Posso esprimere ciò che provo senza trasformarlo in una richiesta di conferma. Posso sostenere ciò in cui credo senza avere bisogno che tutti lo comprendano. Posso essere vulnerabile senza essere dipendente, autonoma senza diventare impermeabile, selettiva senza chiudermi.

E posso guardare ciò che non ho espresso in passato senza usarlo per punirmi. Posso trasformare il rammarico in una scelta: la prossima volta voglio esserci un po’ di più. Voglio lasciare che ciò che sono abbia la possibilità di mostrarsi prima che la paura lo corregga.

Forse sapere chi siamo significa proprio questo: riuscire ad aprirci senza perderci, proteggerci senza chiuderci e cambiare senza tradirci.

Non ho bisogno di fingere di ricevere ciò che non ricevo. E non ho bisogno di fingere di non sentire ciò che sento.

Posso guardare la realtà, ascoltare me stessa e scegliere. Perché, alla fine, è proprio lì che ritroviamo la nostra libertà: nella possibilità di scegliere ancora, ogni volta, come vogliamo stare dentro ciò che ci accade.

Ed è questa scelta che fa la differenza.

So chi sono.

E sì, sono una persona straordinaria.

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E se queste parole risuonassero anche dentro di te?

Non abbiamo sempre bisogno di diventare qualcun altro. A volte, ciò di cui abbiamo bisogno è riscoprire quelle parti di noi che, nel tempo, abbiamo imparato a tenere nascoste.

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