Come non smarrirsi in un mondo che disorienta
— Inizio Settembre, 2026
Scritto da Francine Van den Acker — Fondatrice di SoulRise Global
Basta aprire un giornale o scorrere le notizie sul telefono per avere la sensazione che qualcosa, nel mondo, si sia profondamente incrinato.
La politica appare sempre più distante dai problemi quotidiani delle persone. Il lavoro è diventato precario, il costo della vita continua a salire e la sicurezza economica che sembrava possibile alle generazioni precedenti oggi appare molto meno accessibile. Le temperature aumentano, le stagioni cambiano e gli eventi climatici estremi entrano progressivamente nella nostra normalità. Intorno a noi vediamo guerre, povertà, migrazioni, disuguaglianze e una crescente difficoltà a immaginare il futuro con fiducia.
Anche le relazioni sembrano essere diventate più complesse. Possiamo raggiungere chiunque in pochi secondi, eppure spesso ci sentiamo soli, diffidenti o emotivamente stanchi. Abbiamo più strumenti per comunicare, ma non necessariamente una maggiore capacità di comprenderci, costruire legami o restare quando qualcosa diventa difficile.
In questo scenario, è naturale provare ansia, rabbia o impotenza. Non si tratta di fragilità personale. Stiamo cercando di orientarci in una realtà che cambia velocemente, mentre molti dei punti di riferimento sui quali avevamo costruito la nostra idea di futuro stanno perdendo stabilità.
La domanda, quindi, non è come convincerci che tutto andrà bene. Sarebbe poco credibile e persino irrispettoso nei confronti delle difficoltà reali che tante persone stanno vivendo.
La domanda più onesta è un’altra:
Come possiamo restare umani, lucidi e costruttivi quando il mondo sembra andare allo sfascio?

Quando conoscere tutto ci fa sentire incapaci di fare qualcosa
Viviamo esposti a una quantità di sofferenza che la mente umana fatica a contenere.
Nel giro di pochi minuti possiamo assistere a una guerra, a un’alluvione, a una crisi politica, a un licenziamento di massa e alla disperazione di migliaia di persone. Ogni evento entra nello stesso piccolo schermo e raggiunge direttamente la nostra quotidianità, spesso senza lasciarci il tempo necessario per comprendere o elaborare ciò che abbiamo visto.
Essere informati è importante. Ci permette di partecipare, prendere posizione e non diventare indifferenti. Tuttavia, quando l’informazione si trasforma in un flusso ininterrotto di emergenze, la nostra mente comincia a percepire il pericolo come continuo e onnipresente.
Conosciamo sempre più problemi, ma non disponiamo di un potere equivalente per risolverli. È proprio da questa sproporzione che nasce il senso d’impotenza.
Possiamo allora convincerci che, non riuscendo a cambiare tutto, ciò che facciamo non abbia alcun valore. Progressivamente perdiamo energia, iniziativa e fiducia. Il problema non rimane più soltanto fuori di noi: comincia a occupare anche lo spazio interiore dal quale dovremmo pensare, decidere e agire.
Proteggere questo spazio non significa chiudere gli occhi davanti alla realtà. Significa impedire che la realtà più dolorosa diventi l’unica realtà che riusciamo ancora a vedere.
Il mondo contiene anche persone che curano, educano, accolgono, inventano e ricostruiscono. Contiene legami che resistono, comunità che si organizzano e individui che, senza fare rumore, migliorano ogni giorno la vita di qualcun altro. Questi fatti raramente ricevono la stessa attenzione delle tragedie, ma esistono e fanno parte dello stesso mondo.
La realtà non è soltanto ciò che si rompe. È anche ciò che continua a essere costruito.

Essere costruttivi non significa pensare positivo
Di fronte a una situazione complessa, l’ottimismo dice: “Andrà tutto bene.”
Un atteggiamento costruttivo parte invece da una domanda più concreta:
Che cosa posso fare, partendo dalla realtà così com’è?
Non ci chiede di ignorare la paura, di nascondere il dolore o di fingere entusiasmo. Ci chiede di non permettere che quelle emozioni prendano ogni decisione al posto nostro.
Possiamo essere preoccupati per il futuro e, nello stesso tempo, prepararci meglio. Possiamo perdere un lavoro senza perdere le competenze e l’esperienza costruite negli anni. Possiamo essere delusi da una relazione senza concludere che ogni forma d’amore sia destinata a fallire. Possiamo riconoscere ciò che non funziona nella società senza diventare noi stessi più freddi, aggressivi o indifferenti.
Essere costruttivi significa recuperare la parte di potere che ancora ci appartiene. Non il potere di controllare gli eventi, ma quello di scegliere la nostra risposta.
Questa scelta non sempre cambia immediatamente le circostanze esterne. Cambia però la nostra posizione all’interno di esse: da spettatori paralizzati possiamo tornare a essere partecipanti della nostra vita.

Ogni stagione della vita possiede una forza diversa
Anche l’età influenza profondamente il modo in cui affrontiamo l’incertezza.
All’inizio della vita adulta, il mondo può sembrare uno spazio nel quale tutto è ancora da conquistare. Ma proprio questa apertura può generare pressione: trovare il lavoro giusto, diventare indipendenti, scegliere una direzione e costruire relazioni stabili in un contesto che offre poche certezze. In questa stagione, essere costruttivi può significare concedersi il diritto di esplorare, imparare e cambiare strada senza interpretare ogni esitazione come un fallimento. Non è necessario conoscere già l’intero percorso; è sufficiente compiere il prossimo passo con consapevolezza.
Negli anni della costruzione e delle responsabilità, spesso ci si trova stretti tra lavoro, famiglia, impegni economici e aspettative personali. Si è ancora abbastanza giovani da desiderare molto, ma già abbastanza coinvolti nella vita da sapere che ogni scelta comporta un prezzo. In questa fase, essere costruttivi può voler dire smettere di cercare di sostenere tutto da soli, rivedere priorità ormai superate e riconoscere che una vita piena non è necessariamente una vita sovraccarica.
Poi arrivano stagioni nelle quali ciò che avevamo costruito può iniziare a cambiare forma. I figli diventano autonomi, una relazione può concludersi, il lavoro può non offrire più sicurezza o significato. Il corpo cambia e il tempo viene percepito in modo diverso. Ciò che prima sembrava lontano diventa improvvisamente presente.
È una fase che può contenere perdite reali, ma anche una nuova libertà. Possiamo finalmente domandarci non soltanto che cosa dobbiamo fare, ma che cosa desideriamo ancora vivere. L’esperienza accumulata diventa una risorsa, purché non venga usata soltanto per spiegare perché qualcosa non è più possibile.
Nella maturità, la società tende spesso a parlare soprattutto di rinuncia, rallentamento e conclusione. Ma maturare non significa uscire dalla vita. Può significare entrarvi con maggiore essenzialità.
A questa età forse non abbiamo più bisogno di dimostrare tutto, inseguire ogni opportunità o adattarci a persone e situazioni che non ci corrispondono. Possiamo scegliere con più precisione dove investire il nostro tempo, trasmettere ciò che abbiamo imparato, iniziare un progetto più autentico o costruire relazioni fondate sulla presenza invece che sulle apparenze.
Ogni stagione porta con sé qualcosa che non può più essere recuperato, ma anche qualcosa che prima non possedevamo ancora: autonomia, esperienza, discernimento, libertà interiore o una maggiore capacità di riconoscere ciò che conta davvero.
La domanda, a qualsiasi età, non è soltanto: “Che cosa ho perso?”
È anche:
“Quale possibilità appartiene proprio alla stagione che sto vivendo adesso?”

Riportare il mondo a una dimensione nella quale possiamo agire
Quando tutti i problemi ci appaiono contemporaneamente, dobbiamo riportare l’attenzione a una dimensione umana.
Non possiamo controllare l’economia globale, ma possiamo comprendere meglio la nostra situazione, rivedere alcune priorità e sviluppare una competenza utile. Non possiamo risolvere da soli la crisi climatica, ma possiamo cambiare determinate abitudini e sostenere scelte collettive responsabili. Non possiamo eliminare la povertà, ma possiamo evitare l’indifferenza e contribuire a un’iniziativa concreta. Non possiamo impedire a ogni persona di deluderci, ma possiamo imparare a riconoscere i legami che ci nutrono e quelli che ci consumano.
Ciò che facciamo nel nostro spazio personale può apparire piccolo rispetto alla vastità dei problemi. Ma il mondo non viene costruito soltanto dalle grandi istituzioni. Viene costruito anche dal modo in cui milioni di persone lavorano, educano, scelgono, consumano, parlano e si prendono cura le une delle altre.
Essere gentili in un ambiente aggressivo non è debolezza. Conservare la propria integrità in un sistema confuso non è ingenuità. Continuare a creare qualcosa di utile in un periodo dominato dal disincanto non è tempo perso.
Sono tutte scelte attraverso le quali decidiamo che tipo di presenza vogliamo essere nel mondo.

Dalla preoccupazione a una strategia personale
Essere costruttivi richiede qualcosa di più di una buona intenzione. Abbiamo bisogno di una strategia semplice che ci impedisca di disperdere tutte le energie in problemi sui quali non abbiamo alcuna influenza.
Possiamo cominciare dividendo ciò che ci preoccupa in tre aree.
La prima contiene ciò che non possiamo controllare direttamente: le guerre, le decisioni dei governi, l’andamento dell’economia, il comportamento degli altri e il passare del tempo. Possiamo informarci, esprimere la nostra posizione e partecipare, ma dobbiamo riconoscere il limite del nostro potere personale. Continuare a lottare mentalmente contro ciò che non possiamo governare consuma energie senza produrre movimento.
La seconda area comprende ciò che possiamo influenzare: le persone con le quali collaboriamo, le iniziative che sosteniamo, il modo in cui votiamo, consumiamo, comunichiamo e partecipiamo alla nostra comunità. Qui il nostro potere non è assoluto, ma è reale.
La terza riguarda ciò che dipende direttamente da noi: come organizziamo la giornata, quali informazioni lasciamo entrare nella nostra mente, come utilizziamo il denaro disponibile, quali competenze sviluppiamo, a quali relazioni dedichiamo tempo e quale piccolo impegno decidiamo di portare avanti.
È da questa terza area che deve iniziare la ricostruzione.
Non occorre rivoluzionare immediatamente tutta la propria vita. È più utile individuare un’azione concreta per ciascuno degli ambiti che oggi richiedono attenzione.
Per il proprio equilibrio, potrebbe significare limitare il consumo di notizie a uno o due momenti prestabiliti della giornata e scegliere fonti affidabili, invece di rimanere connessi a un flusso continuo di allarmi.
Per il futuro professionale, potrebbe voler dire dedicare alcune ore ogni settimana a una ricerca mirata, a una nuova competenza o a un progetto che possa creare possibilità nel medio periodo.
Per le relazioni, potrebbe significare interrompere un’ambiguità, chiedere un confronto sincero o investire maggiormente nelle persone che dimostrano presenza e reciprocità.
Per la propria partecipazione al mondo, può voler dire scegliere una causa concreta alla quale contribuire, evitando di sentirsi responsabili contemporaneamente di ogni problema esistente.
Infine, per il proprio futuro personale, è utile definire un progetto che non nasca dalla paura. Non deve necessariamente essere grande: un viaggio, una formazione, un’attività creativa, un cambiamento professionale o una nuova abitudine. Deve però contenere qualcosa verso cui andare, perché una vita organizzata soltanto intorno a ciò che vogliamo evitare finisce per restringersi.

Il futuro non è ancora completamente scritto
Quando siamo spaventati, immaginiamo facilmente il futuro come la prosecuzione inevitabile di tutto ciò che oggi non funziona. Ma il futuro non nasce soltanto dalle crisi, dalle decisioni politiche o dai movimenti dell’economia. Nasce anche dalle risposte che le persone scelgono di dare.
Nasce da chi educa, cura, accoglie, crea, insegna e ricomincia. Da chi, dopo una perdita, decide di non trasformare il dolore in amarezza. Da chi usa l’esperienza per aprire una strada anche agli altri. Da chi continua a comportarsi con umanità quando sarebbe più facile diventare cinico.
Forse non possiamo essere certi che tutto andrà bene. Possiamo però decidere di non contribuire a ciò che va male.
Quando il mondo sembra andare allo sfascio, essere costruttivi non significa negare la realtà. Significa guardarla con lucidità, riconoscere il proprio spazio d’azione e domandarsi:
Quale parte di questa realtà posso contribuire a rendere migliore, a partire da oggi e dalla stagione della vita in cui mi trovo?
La risposta potrà sembrare piccola. Ma sarà concreta, possibile e nostra.
Ed è proprio da lì che può cominciare una nuova direzione.

Quando fuori tutto è incerto, ritrova la tua bussola interiore
Non possiamo controllare ogni cambiamento del mondo, ma possiamo comprendere meglio chi siamo, che cosa conta davvero per noi e quale posizione desideriamo assumere di fronte a ciò che accade.
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Non offre risposte preconfezionate e non ti chiede di ignorare la realtà. Ti aiuta a costruire una mappa personale per attraversarla senza perdere te stessa.
Quando il mondo cambia continuamente, conoscere la propria direzione diventa una forma di stabilità.
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